Privacy Policy La Guaina – Terza Parte / Racconto breve di Benedetta Cirone - The Serendipity Periodical
La Guaina - Prima Parte / Racconto breve di Benedetta Cirone

La Guaina – Terza Parte / Racconto breve di Benedetta Cirone

Terza parte del racconto breve di Benedetta Cirone – per la prima e la seconda parte cliccate qui

Quello che non capisco in questo racconto è chi lo racconta. Parlano tutti. Troppa confusione, nessuna narrazione. E tu dove sei in questo racconto? Mi chiede il redattore di testi del Regno della Guaina, dipartimento di Studi Membraneidi sull’immaginario della Guaina. La lirica è femmina lo sai. Tu ci provi pure a scrivere in prima persona, ma poi improvvisamente blocchi la narrazione. Poi ci penso a questo personaggio… e lo lasci costruire al lettore. Ma il lettore deve leggere non costruire. Lasci troppo spazio all’interlocutore. Ti devi imporre. Devi parlare di te. Della tua infanzia piena di traumi e della tua adolescenza problematica. Del rapporto insano che hai con il genere maschile. La scrittura è una scienza esatta, un prodotto di vari fattori interdipendenti fra loro. Lo scopo della narrazione è il piacere del lettore. Il lettore può godere della narrazione solo se riesce ad invidiare l’io della narrazione. Solo se pensa oh vorrei esserci io in questa trama. Come quando tu guardi una storia su Instagram e pensi: quanto vorrei avere il suo fisico, le sue labbra, la sua borsa, il suo ragazzo, la sua gioia di vivere. Hai mai sentito un utente instagram dire oh quanto vorrei avere la sua gobba, i suoi denti storti, i suoi occhi strabici, la sua depressione? No! E allora? Nel Regno della Guaina abbiamo escogitato questo sistema secondo il quale la membrana riesce a coprire tutti i difetti dell’ospite. È come un filtro, magico se vuoi. E funziona cara mia, funziona! Qui la gente è veramente felice.

l Carnevale di Arlecchino, Joan Mirò, 1924-1925. Per saperne di più: https://www.stateofmind.it/2020/01/joan-miro-creativita-umore/
l Carnevale di Arlecchino, Joan Mirò, 1924-1925. DA:  https://www.stateofmind.it/2020/01/joan-miro-creativita-umore/

A testa bassa, con il mio corpo in guarigione, ringrazio il redattore e mi avvio verso la porta. Il mio corpo in questo momento è come la carne del maiale verde. Non verde di colore, ma verde come una pianta a primavera, con lo stelo gracile e pieno di acqua che attende la calura del sole estivo per prendere forza e vigore fisico. La carne del maiale si diceva verde nel mio mondo in superficie quando il prosciutto appeso in cantina non era abbastanza stagionato. E così mi sento, dopo sei mesi trascorsi nel Regno della Guaina. Verde. Mentre cammino lascio dietro di me una scia di liquido linfatico, segno della mia immaturità. La guaina che mi sono costruita è abbastanza scadente. L’ho intessuta artigianalmente con strutto e filo di nylon. È uscita abbastanza croccante infatti devo stare attenta ad ogni minimo movimento. A volte mi capita che con il solo pensiero questa si senta attaccata e mi si sgretoli come se fosse pasta frolla. Per esempio, qualche minuto fa mentre il redattore mi guardava, con il suo sguardo pieno di compassione verso la mia acuta banalità, perdevo pezzi di guaina, la mia membrana si sentiva attaccata. In caso di attacco lei si irrigidisce, le trame di nylon diventano tese come corde di violino e a volte mi capita di spezzarle. Per fortuna lo strutto non riesce mai a sciogliersi del tutto in questo Regno sotterraneo dove il sole rimane sempre dietro alla montagna più alta. Lo strutto rimane solido all’altezza del mio petto, se lo metto più in su mi sento soffocare. Mi ritorna sempre in mente quel bambino distratto che giocava vicino ad una cisterna di olio. Giocava giocava giocava spensierato fino a quando cadde nella cisterna e morì soffocato dalla densità del grasso. Inutili i tentativi di soccorso.

Ma come ci sono finita in questo Regno della Guaina?

Forse stavo giocando anch’io in prossimità di una cisterna, forse la mia però era una cisterna di vino, una tinozza di vino novello. Sono morta intossicata e quando mi sono risvegliata ero finita nel Regno della Guaina alla ricerca della mia membrana. Giocavo. Sono una donna adulta, sicuramente non giocavo. Il tempo dei giochi era finito da tempo per me. Ero una donna adulta, felice di dipendere economicamente e sentimentalmente dall’uomo che mi aveva tolto la verginità a 14 anni. Quell’uomo mi era rimasto fedele come un cane randagio mantenendo la sua promessa di matrimonio. Di notte lavorava, di giorno dormiva. Io, da donna avevo il privilegio di consumare il mio uomo con tutti i miei desideri, con la mia lista della spesa e con la mia lussuria. I soldi non bastavano mai, nonostante la schiena di mio marito diventasse sempre più curva. Da moglie mi potevo occupare della casa e dei figli, senza lasciare alcuno spazio alla mia depressione o ad azioni che facessero di me un essere capace di autodeterminarsi. Sempre in compagnia di mio marito, soprattutto alle feste comandate. Quando non c’era il marito mi munivo di figli. Certo, non me li portavo sempre dietro, a volte riuscivo addirittura a dimenticarmi di loro. Questo accadeva soprattutto quando ero al terzo orgasmo nel retrobottega del macellaio.

Il sipario di Marc Chagall realizzato per il Flauto Magico di Mozart nel 1967
Il sipario di Marc Chagall realizzato per il Flauto Magico di Mozart nel 1967 DA :https://notiziarte.com

Il mio macellaio era uno scapolo di tutto rispetto con case di proprietà, un’attività ben avviata. Ma il suo compito nella vita non era affettare fettine di vitello per la pizzaiola o riempire budella sintetiche con carne di maiale. Il suo vero scopo nella vita era quello di tappare i buchi delle signore infelici. Signore e infelici. Le sue vittime preferite erano quelle come me. Donne sposate che per vanità accumulavano oggetti inutili nelle proprie cucine componibili. Donne sposate che avevano un unico obiettivo nella vita, ossia impedire alla polvere di posarsi sui mobili buoni. Donne sposate e innocenti, perché la colpa è sempre dei mariti che non guadagnano abbastanza per farci fare la vita della vicina. Donne sposate che in fondo hanno un’unica scelta. Possono passare le giornate a piangere in cucina mentre si specchiano nel piano cottura lucido di brillacciaio o possono cedere all’ insidia del piacere. Devo dire la verità, entrambe queste tipologie di donne godono. Io sono stata sia l’una che l’altra, sono stata la donna piangente e la donna zoccola. Si gode nel pianto e nella compassione dell’altro e si gode nell’essere penetrati da un estraneo, sperando che tuo marito apra all’improvviso la cella frigorifera e ti trovi gambe all’aria fra un vitello e un capretto appeso. Lo sfondo nel quale giravo il mio film porno era di tutto rispetto. Temperatura fra gli 0 e i 4 gradi, tavolo di acciaio dal quale potevo sentire chiaro l’odore forte di aceto che mi penetrava nelle narici, tutto d’intorno carne morta.

Ogni notte facevo lo stesso sogno. Io godevo e mio marito con la pistola alla tempia davanti ai miei occhi di adultera minacciava di uccidersi. Ogni mattina mi svegliavo facendo una grossa risata. La pistola alla fine del sogno era finta e mio marito con la schiena curva ritornava al suo solito lavoro nei campi. Come ogni donna di successo in questo universo in superficie avevo raccolto intorno a me un modesto numero di nemiche. In questo fronte d’opposizione si riconoscevano varie tipologie. Fra le altre, vi erano le donne sposate che avevano deluso il macellaio. D’altronde io ero una delle sue amanti preferite. Forse perché il mio buco era davvero profondo e lo facevo sentire onnipotente. A lui serviva vedersi onnipotente nelle mie pupille e il lampo nei miei occhi infelici gli restituiva esattamente quell’immagine eroica. Le altre donne non erano infelici come me, di questo ne ero certa. Poi c’erano le donne lucidatrici che non avevano il coraggio di oltrepassare la soglia del loro letto nunziale. Queste donne di solito provano una sorta di ribrezzo verso l’atto sessuale. Si accumula troppo sporco durante lo sfregamento dei corpi. Un orgasmo le distoglierebbe dalla loro ossessione. Come si può mantenere il controllo sugli acari che vagano nella loro camera da letto durante un orgasmo? A causa di queste limitazioni che si sono imposte all’atto della firma apposta sul registro parrocchiale nel più lieto giorno della loro vita, intendono il rapporto sessuale con il proprio coniuge unicamente come una prestazione occasionale e di servizio. In quanto tale si muniscono anche di prosciutti sugli occhi, per non vedere il tradimento del partner, e di guanti monouso, salviettine profumate, cuffie sterili e tutto il materiale necessario all’atto. Le soddisfi con piccoli e brevi martellamenti mirati.

La loro insoddisfazione sessuale si riversa irrimediabilmente sulle donne come me, le donne sposate che sono uscite dallo stadio piangente per entrare nella fase libertina.

Ed è proprio in questo momento che inizio a camminare sull’orlo della tinozza di vino. Mi muovo con prudenza, un passo dietro l’altro. So che potrei cadere da un momento all’altro. Da una parte ho il vuoto e dall’altra ho un liquido tossico. Quel brivido, cioè la certezza di cadere da un momento all’altro, è l’unica cosa che mi spinge verso la vita. Mio marito ha sempre gli occhi annebbiati dalla fatica, dalla stanchezza del vivere. Forse anche lui è con me sull’orlo della tinozza, forse alla fine ci facciamo compagnia e percorriamo lo stesso sentiero. E allora perché non lo sento vicino? Lo vedo solo quando si siede sull’orlo della tinozza e con il solito gesto recupera il suo bicchiere di vino e se lo porta alle labbra, che non sono più quelle del ventenne che mi ha tolto la verginità. Questo avviene a sera, con il buio. Ormai non ricordo più com’è il suo volto di giorno, com’è il riflesso del sole sulla sua pelle. Succede, succede che un uomo come il mio perda interesse per la luce del sole. Ogni volta che gli metto il piatto di pastasciutta davanti, alza lo sguardo verso il televisore e riesco ad intravedere il panno che gli copre la vista. Forse è a causa della vista appannata che non riesce più a vedermi. Non esisto più nel suo campo visivo. Prima, quando ero ancora una donna piangente, cercavo di prendermi cura di lui, come se fosse un neonato. Volevo sorprenderlo e ogni giorno preparavo un piatto nuovo, un piatto gustoso che potesse fargli ritrovare il piacere del gusto. Lui prendeva la sua solita forchetta, tagliava un pezzo di lasagna con besciamella, pistacchio e mortadella, se lo portava alla bocca e masticava con disprezzo, senza parlare.

 

Mio marito non riesce più a parlare. Non mi ricordo più il tono della sua voce. Le vocali per lui non esistono più. Si esprime per consonanti, a volte grugnisce, a volte basta un gesto per farmi capire che ha fame. Quando di giorno dorme e russa, come il cane randagio che mi sono messa in casa, e mi impedisce di rifare il letto, è in quel momento che mi assale una rabbia che non riesco a controllare. Divento improvvisamente mia nonna. La nonna che dicono abbia ammazzato un uomo a bastonate. Una donna che faceva paura a tutti. Mentre pulisco nella stanza buia e sento il suo alito che puzza di vino, mi fermo improvvisamente al centro della stanza. Fisso il letto e il suo corpo in ombra. Vedo chiaramente me nei panni di mia nonna assassina, che ammazzo mio marito nel nostro letto nunziale. Lo ammazzo con il manico della scopa, lo ammazzo come farei con il cane randagio che mi sono messa in casa, a bastonate, facendolo soffrire come soffro io in questo momento. Mi sta negando l’accesso perfino alla mia unica occupazione mattutina, pulire. È in una di queste mattine che sono andata a comprare mezzo chilo di carne tritata per preparare un polpettone fantasia che ho trovato su giallo zafferano. Arrivo in macelleria e alla radio passano Annalisa io voglio colmare il vuoto che ho con i piedi nudi sopra la brace facciamo la guerra per fare la pace. Avocado Toast, mai assaggiato ma potrei prepararlo per domani. Chissà se se lo mangia quell’altro!

Il macellaio esce dal retro dopo qualche minuto dallo scampanellio della porta. Rosso in faccia come se avesse appena fatto un bagno caldo, avanza abbottonandosi la camicia e recupera il camice appeso dietro al bancone. A quest’ora di solito non ha molti clienti, perché le donne stanno in casa a spolverare. Sembra che l’abbia interrotto sul più bello. Infatti, dopo pochi minuti viene fuori anche la donna del giorno. La moglie del farmacista, una donna poco infelice, che per oggi ha scelto un abbigliamento dopotutto molto sobrio: stivali di pelle fino al ginocchio, vestitino di pizzo rasofiga, e pellicciotto sintetico fuxial. Mi saluta con un sorriso finto come la sua pelliccia, con tono imbarazzato ma comunque altezzoso mi dice: «sono passata ad ordinare le salcicce da mandare ai ragazzi in città. Poverini mangiano sempre cose surgelate, io quando posso salgo pure per fare un po’ di pulizia, che tutto è tutto, ma sempre uomini sono. Certi servizi non li sanno proprio fare». Annuisco e mi rivolgo al macellaio con il quale ci scambiamo un sorriso complice. Mi chiede cosa voglio e io all’improvviso divento mia madre.

Mia madre era la donna a pagamento del paese. Tutti gli uomini hanno perso la verginità grazie a mia madre e sempre grazie a lei hanno imparato a mettere incinta le proprie donne. Qualcuno poi si è sbagliato e ha messo incinta anche lei, così sono nata io e altri otto figli. Io ho un’unica certezza nella vita ed è proprio mia madre. E in opposizione a questa certezza ho costruito tutta la mia aurea di castità, per non essere chiamata la figlia della pecora nera. E fino a questo momento c’ero pure riuscita. Un matrimonio di tutto rispetto con un uomo buono e lavoratore. Ma nella mente mi ritornarono improvvisamente come un’eco le parole del mio compagno di classe: «il sangue è quello, tu sei zoccola di natura». Forse aveva ragione. Il macellaio mi fissa con il suo sorriso complice e mi chiede di nuovo: «Come posso esserle utile, signora?» Come se non fossi più in me rispondo: «vorrei la stessa salciccia della moglie del farmacista». Forse il macellaio, come molti altri, si aspettava da tempo questa mia metamorfosi e con la mia risposta non l’ho stupito più di tanto. Tutto felice si toglie di nuovo il camice e mi dice: «Certo signora, ce n’è per tutti, venga pure con me». E così sono diventata l’amante preferita del macellaio. Tutti lo sapevano, tutti incluso mio marito, ma mio marito in fondo era diventato anche sordo oltre che muto. Una volta era un uomo eloquente, penso che il lavoro nei campi gli abbia sottratto anche l’anima. 

Salvador Dalì, La Tentazione di Sant'Antonio, 1946, Museo reale delle belle arti, Bruxelle
Salvador Dalì, La Tentazione di Sant’Antonio, 1946, Museo reale delle belle arti, Bruxelle da :  https://finestresuartecinemaemusica.blogspot.com/

La relazione con il macellaio andava piuttosto bene e mio marito era più tranquillo da quando avevo trovato un amante. Sembrava andare tutto per il verso giusto se non che il mio cervello iniziò improvvisamente a dirmi cose fuori dal mondo. Ero perennemente in uno stato allucinato. Non riuscivo a dormire di notte. Di giorno vedevo chiaro il fantasma di mia madre che mi spingeva a cercare il macellaio di continuo, anche davanti alle persone, ero diventata una ninfomane. Ormai dipendevo dal macellaio e da quello che riusciva ad offrirmi. Di notte non dormivo perché mi svegliava il fantasma di mia nonna che voleva che ammazzassi mio marito. Mi svegliavo di soprassalto e molte volte mio marito mi trovava in stato allucinatorio con le mani intorno al suo collo. Dopo mesi senza dormire e con questi due fantasmi alle calcagna, una puttana e un’assassina, che ormai controllavano in toto le mie azioni, i miei figli vengono affidati ai nonni paterni. È in questo momento che sono cascata nella tinozza di liquido tossico e non mi restava che la morte. Fossi rimasta in me mi sarei ammazzata subito. Ormai una vita senza figli e in quello stato mentale non può essere più vissuta. Un giorno ero in me, decisa a tagliarmi le vene prendo il coltello più affilato che c’è in cucina e lo poggio sul polso. Al mio fianco c’era solo il cane randagio e prima di ammazzarmi lo accarezzo per dargli l’ultimo saluto. Il fantasma della nonna appare all’improvviso, si materializza ed entra nel mio corpo, afferra il coltello e sgozza senza pietà il cane randagio. Quando mio marito ritorna a casa è ormai sera e mi trova sul pavimento in una pozza di sangue distesa a fianco al corpo morto del cane randagio. Mi recupera da terra con il volto pieno di rabbia mi sputa in faccia e mi dice:

«Non sei riuscita nemmeno ad ammazzarti, ma sei morta lo stesso lo sai?».

Stronzo stronzo stronzo riesci a parlare solo in questo momento per dire cose che mi trafiggono lo stomaco. Solo adesso che sono sul lastrico riesci a rivolgermi una parola di morte? Inizio ad urlare come una pazza. Giro per casa come se fossi assatanata. Ormai non dormo e non mangio da giorni. Non sono in me. Il fantasma di mia nonna apre il cassetto del corridoio lungo e buio. Apre il cassetto e sfila dalla guaina la pistola vera. Mio marito è in cucina e si è preparato un po’ di pasta al burro. Siede curvo sul tavolo di legno e immobile fissa il piatto bianco, portandosi alla bocca i fusilli incollati. Solo il braccio si muove il resto è immobile. Entro in cucina, lo fisso con il mio sguardo allucinato. Gli punto alla nuca la canna fredda della pistola, ma lui non si muove, non sento nemmeno un brivido della pelle. Si gira verso di me, afferra la mia mano che tiene la pistola e mi dice: «non meritiamo la vita, né io e né tu. Non sarai la sola ad ammazzarmi. Se devo morire, devo morire anche per mano mia». Parole chiare e lucide che non ho avuto neppure il tempo di capire. Tenendomi stretta la mano sulla pistola, come se fosse un gesto d’affetto, è lui a premere il grilletto. Un solo colpo e il cervello di mio marito scoppia. Goccia a goccia vedo il cranio svuotarsi di sangue vivo. Ci siamo ammazzati a vicenda. Finalmente mi libero del fantasma di mia nonna che ha ottenuto quello che voleva e vado in bagno, prendo una bottiglia di acido e ritorno in cucina. Gli occhi di mio marito non hanno più quel panno nelle pupille. Sono gli occhi chiari di chi mi ha tolto la verginità. Con questa ultima immagine nella mente porto alla bocca la bottiglia di plastica con l’acido e dico anch’io addio alla vita. 

Devo rimanere ancora un po’ in vita perché il regista mi vuole mettere in scena. Allora la scena se l’è immaginata così: si apre la porta della camera da letto, appare una donna di mezza età, che possiamo chiamare madre, una figura dalla quale traspare benevolenza. Sul palcoscenico c’è un grande letto in disordine, una finestra e un balcone. Io, io, io, io, io, io. La madre si avvicina a tutti questi corpuscoli in subbuglio che possiamo definire io o le varie personalità della protagonista. Con voce rassicurante, li alza da terra e li riporta nel letto. Prima raccoglie l’io che mio figlio si è ammazzato, poi c’è l’io che vuole curarlo, il figlio. Fradicio di sudore ancora trema l’io che si è buttato nel pozzo. A fianco alla finestra tutto sporco di fango piange l’io della fede. Uno ad uno pian pianino rientrano nella federa, chiudono gli occhi e si lasciano baciare sulla fronte dalla madre. Così ho messo in scena il cervello di una schizofrenica. E il pubblico, che se non altro paga il biglietto per vedere sul palco orrore e disperazione, avrà il suo spettacolo.

Racconto di

Benedetta Cirone

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