Privacy Policy 'Sole': migliore rivelazione agli EFA 2020 - Intervista a Carlo Sironi -
'Sole': migliore rivelazione agli EFA 2020 - Intervista a Carlo Sironi

‘Sole’: migliore rivelazione agli EFA 2020 – Intervista a Carlo Sironi

Intervista a Carlo Sironi, che con il film ‘Sole’ si colloca tra le nuove promesse del cinema italiano

“Tutti possono diventare genitori”

Carlo Sironi

Si avvia sotto la luce di un Sole radioso e fulgente la carriera di Carlo Sironi, dopo che il suo primo lungometraggio, Sole, appunto, è scoppiato come una supernova nel panorama cinematografico nazionale e internazionale, guadagnandosi quest’anno prima una candidatura ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento, poi il premio come migliore rivelazione agli European Film Awards 2020 che si sono tenuti lo scorso 12 dicembre. Con il suo primo film Sironi ci fa assistere al miracolo della nascita e della ri-nascita di esistenze spente, sospese nel liquido amniotico della in-consapevolezza di sé e in-adeguatezza rispetto al mondo.

'Sole': migliore rivelazione agli EFA 2020 - Intervista a Carlo Sironi
‘Sole’: migliore rivelazione agli EFA 2020 – di Carlo Sironi

Sole di Carlo Sironi

Al centro della scena, tra pareti cerulee e bidimensionali di stanze domestiche e ospedaliere, che hanno ben poco di familiare, gravita la sfera celeste di un grembo materno, unica iperbole formale, corpo globulare gravitazionale, stella madre che attira intorno a sé desideri, attese, paure e inquietudini. Nel film, però, non è tanto il legame fisico a definire i ruoli e a creare relazioni di appartenenza, ma l’istinto viscerale, che, in quanto connaturato alla costituzione biologica individuale, ha una forza organica altrettanto imponderabile e violenta. Alla fine, è nell’assenza che si compie la vera agnizione, cioè il riconoscimento di ciò che si è o ciò che si sente di essere, che nel film corrisponde all’essere genitori. In quanto allo stile, nel film Sironi opera un processo di liofilizzazione (che per certi aspetti ricorda la pittura as-solata e metafisica di De Chirico) e si serve di immagini in 4:3, che proiettano lo sguardo direttamente sui volti lividi e spigolosi dei protagonisti, caricandoli di una sostanzialità trascendentale e ineffabile. Abbiamo rivolto qualche domanda a Carlo Sironi per scoprire qualcosa in più sul suo film, che è disponibile su CHILI .

C’è un grosso lavoro di ricerca sul campo dietro la tua scelta di portare sullo schermo il tema della genitorialità, intesa non semplicemente come relazione biologica, ma come capacità di amare e prendersi cura di un bambino. Puoi raccontarcelo?

Il lavoro di ricerca inteso come documentazione è andato di pari passo con un percorso di ricerca tematica. Da un lato ho scoperto questo mondo partendo dalla documentazione che ha prodotto una ONG la WEST (Woman East Smugglling Traffic) e poi ho approfondito i dettagli delle pratiche illegali con la collaborazione della Dott.sa Melita Cavallo che al tempo era la Presidentessa del Tribunale dei minori di Roma. Dall’altro ho cercato di capire come andare a fondo nel raccontare le contraddizioni di una cosa complessa come maternità surrogata, in questo caso illegale. Ho pensato che ci volesse un punto di vista lucido. Per questo il film viene raccontato dal punto di vista di un ragazzo che deve fingere di essere padre per denaro, un punto di vista disinteressato inizialmente al bambino, non il punto di vista della madre surrogata o della coppia che compra la neonata. E poi ho capito dov’era, per me, l’unicità del film: ribadire che tutti possono diventare genitori non solo chi ha un legame biologico col nascituro e non solo chi ha apparentemente i mezzi per crescerlo. Mi fermo per non svelare nulla del finale.

Notiamo una totale assenza di ricerca stilistica nel film, e questa assenza sembra essere quasi ontologica. Riflette il tuo modo di percepire le cose?

Si e no. Mi sembrava il più giusto per Sole. Credo che il linguaggio visivo che ha il film, molto asciutto, molto essenziale, molto concentrato sui personaggi è pensato per dare spazio allo spettatore di entrare nel loro mondo interiore, arrivare a chiedersi cosa pensano, cosa provano, quello che non comunicano verbalmente. Ho cercato un linguaggio visivo il più obiettivo possibile (nonostante il cinema non può mai essere del tutto obiettivo e credo sia parte integrante della sua magia). Il film non aveva bisogno di un grande utilizzo di mezzi espressivi, è un film che viveva all’interno a mio avviso. Io credo che tutti abbiamo molte facce e questa è soltanto una di queste. Per gli altri film che sto scrivendo o che sto pensando ho in mente linguaggi diversi perché sono film molto diversi da Sole.

“Meglio morire per zampa di leone, che per morso di gatto”. Sei d’accordo?

Certo, come non essere d’accordo. Nessuno vuole morire per il morso di un gatto. E lo dice una persona che non si reputa coraggiosa ed è un grande amante dei gatti.

Nella libreria che vedo alle tue spalle ci sono molti libri; quali sono i titoli a cui sei particolarmente affezionato?

Questa è la domanda più complessa, io amo molto la letteratura e tendo a leggere più che posso. Vado senza un criterio: “Trastulli di Animali” di Yukio Mishima, Janet Frame, I racconti di Kathrine Mansfield, la Trilogia della frontiera e tutto quello che ha scritto Cormac McCarthy, “Il sole si spegne” di Osamu Dazai, I racconti dell’orrore di Sheridan Le Fanu, Philiph K Dick, Yasunari Kawabata, “La bella Estate” di Cesare Pavese, Pan di Knut Hamsun, “Il Teatro da camera” di August Strindberg, “Il vino della solitudine” di Irene Nemyrovsky, Nina Berberova, “Felicità coniugale” di Tolstoj. Mi fermo perché se no continuerei ancora.

Intervista di

Marilea Laviola

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