La tecnica Drakovic – un racconto di Federica Ruggiero

 

Sei insostituibile. Per questo è dannata

alla solitudine la vita che mi hai data.

P.P.P.

 

 

La strada illampionata è immobile nella notte.

In lontananza il rimbombo di qualche locale ancora aperto, gli epilettici lampi delle luci stroboscopiche, il ruggito di motori, l’eco di nude copulazioni che si scorticano le schiene l’un l’altra. La strada è immobile, sembra quasi appartenere a un altro mondo. Accanto al marciapiede un lezzo stantio, vuotato dal tempo e non dalla nettezza urbana. Rifiuti inorganici se ne stanno accatastati sull’asfalto, e un gatto deluso si struscia sui cassonetti stracolmi.

Riverberi lunari si mescolano ai singhiozzi di neon che stanno per fulminarsi. Non puoi fare salotto senza di noi! Una procace modella dalla pelle dorata ammicca da un cartellone pubblicitario in disuso. Adagiata su un divano in primo piano, si aggrappa allusivamente a uno dei cuscini rigonfi. Sul bracciolo accanto a lei, un bel fusto, della cui faccia non sono rimasti che i denti bianchissimi, tende l’indice verso passanti inesistenti. Una folata di vento smuove appena le cosce accartocciate della ragazza dalla pelle olivastra, svolazzano a farne una gonna di carta straccia. Il logo sdrucito “Sof(a)t Lying” si specchia sulle finestre della casa di fronte.

Dal soffitto scure tende sgualcite, di un materiale velato che cela nella chiara evidenza. Granelli di polvere si annidano tra le grinze dell’arredamento. Il salotto è immacolato, come fosse inutilizzato da molti mesi, o come se non fosse mai stato utilizzato. Disadorno, privo di qualsiasi traccia di socialità̀, è affollato da un mobilio scarno e anonimo. Oggetti comuni sono disseminati sul tavolo di vetro. Strati di polvere offuscano le lucide superfici rischiarate dalla luna. Un raggio rivela il pulviscolo nell’aria, e la base arcuata dell’abat-jour riflette l’ambiente in un fisheye in ceramica. Candore

Sulle pareti un candore opaco, inframezzato soltanto da anneriture squadrate. Soltanto angoli scoloriti a formare cornici vuote, da cui deborda un’assenza fastidiosamente ridondan-

Immobilità. Stasi. Inerzia. Paralisi. Sospensione. Rizoma? Rizoma. Rizom…  Abulia.

Nella buia anticamera si scorgono delle fotografie. Pellicole sbiadite di soggetti confusi dalla polvere testimoniano il passato di una casa mai stata abitata. Alcune rispettano una struttura molto stereotipata. Scatti ordinari che nella loro normalità sembrano stridere col reticolato immaginario dell’estetica fotografica. Un ritratto mostra al centro un uomo sulla trentina, giovane ma anche adulto, seduto su una poltrona. Sulla bocca accenna un sorriso, senza tuttavia compromettere la posa autorevole e seria. Regge in braccio una massa informe, una neonata, avvolta in una pesante coperta ricamata in pizzo. Guarda l’obiettivo ma lo sguardo paradossalmente si dirige altrove, verso una densa contemplazione relegata a un fuoricampo inarrivabile. Ai suoi piedi un tappeto liso, e una bambina, di cinque anni o forse sei, è seduta sulle ginocchia. Sulle guance ha delle fossette dalla forma innaturale, come se avesse assunto quell’espressione su invito di qualcun altro. Il corpicino, in una tensione appena percepibile, si tiene come a distanza dagli altri. Dal preciso momento in cui la foto è stata scattata, nessuno può dire chi fossero, né a cosa pensassero.

La piccola Miriam si infilò di colpo nuda sotto le coperte, coi capelli ancora bagnati. Vi sprofondò del tutto, anche con la testa, si accucciò per nascondersi. Il fiato corto per la corsa e la risata che tratteneva a stento. Il respiro affannato formava piccoli sbuffi che subito morivano nel calore del letto. Dei passi intanto si avvicinavano alla cameretta fino a fermarsi. Miriam si compresse ancora di più, in attesa, sforzandosi di scomparire.

“Ma dove sarà andata a finire quella bambina? Chi lo sa?”

La madre si guardò intorno, raccolse l’accappatoio da terra, scuotendo il capo, fingendosi spaesata. Vedeva benissimo il bozzo sotto i cuscini, accentuato dalla lampada al di sopra che disegnava ombre nette; ma volle prendersela comoda, volle stare al gioco ancora per un po’. Controllò l’armadio, i cassetti, sotto la scrivania, dietro la porta, stando attenta a non avvicinarsi troppo al vero nascondiglio. “Dov’è quella bimba? Qualcuno l’ha vista? Aiutatemi, per favore!” Urlava disperata guardando il lettino, e poco dopo sentì la risatina infantile che si aspettava.

“Hahahaha no, ferma ti prego mamma!” Miriam, colta alla sprovvista, cadde vittima di un terribile assalto di solletico. Le gambette scalciavano e la bambina cercava di divincolarsi. Rideva di gusto, irrefrenabilmente. Quasi le mancava il fiato per ridere. La madre non si fermava, la sollevava dal materasso e poi la ributtava giù. Le scoprì il pancino e ci soffiò sopra con forza, all’altezza dell’ombelico. Miriam piangeva dalle risate.

In una tregua le due si guardarono respirando rumorosamente a bocca aperta, e Miriam fece il gesto di time-out. La madre allora le scostò qualche ciuffo dalla faccia e prese dal comodino la spazzola. Con un cenno girò Miriam e le pettinò i capelli delicatamente. Di tanto in tanto le accarezzava la testa. Miriam attorcigliava con le dita una ciocca sfuggita dalla presa della madre. Paf! Le arrivò uno schiaffetto sulla mano. Si voltò di scatto, sbigottita.

“Non mandare all’aria il mio lavoro”. Quelle parole le giunsero con un tono fintamente arrabbiato e a tratti divertito, ma Miriam tornò di spalle un po’ risentita, e decise che avrebbe punito quel rimprovero attorcigliando un filo della coperta. Poi cominciò a sbadigliare. Poggiò la guancia sulla spalla, il mento le toccava il petto. Socchiuse gli occhi. Prima che la madre avesse finito di spicciarle i nodi, si era addormentata. La madre le mise piano piano il pigiama, cercando di non svegliarla. Prese un piedino per infilarle i calzini. Prima però se lo avvicinò al viso, lo annusò con tenerezza, lo baciò. La pelle vellutata le solleticava le labbra. Le abbottonò la maglia fino al collo, per non farle prendere freddo, e le tirò su le coperte fin quasi al naso. Osservò il piccolo petto alzarsi e abbassarsi tranquillo, e sorrise. Si chinò sulla fronticina ancora umida e le stampò un bacio silenzioso. “Ti amo tanto, piccola mia, più della mia vita”.

Morire come fumare. Un respiro alla volta. Fuori inizia a piovere.

Allungare le dita verso la propria immagine riflessa sul vetro di un ampio finestrone. Un’auto strombazzante di adolescenti ubriachi sfreccia nella strada a tutta velocità. Qualche goccia puntella il riflesso, il Sé, e per un breve attimo i fari della notte lo illuminano e l’energia si coagula attorno a quelle gocce. Il Sé risplende come una costellazione nell’assurdo dell’esistenza.

Miriam fuma a braccia conserte, completamente nuda. Ai suoi piedi i vestiti imbrattati e malamente riposti giacciono come spoglie inermi. Miriam osserva alcune ditate e il proprio riflesso sul vetro dell’ampio finestrone di camera sua. Con una mano sorregge la sigaretta, il filtro macchiato di tracce rosso-sangue. Con l’altra si protende verso di sé. Arriva a sfiorare una stella della sua costellazione, all’altezza dei suoi occhi. Posa lo sguardo sullo smalto scrostato, sulle unghie rosicchiate e sulle mani sporche di un liquido scuro. Si ritrae di colpo. La sua figura minuta si ripiega su sé stessa, come per un’urgenza biologica, e pare sul punto di spezzarsi in due. Intanto la sigaretta le cade a terra e con un sordo sfrigolio dissemina un po’ di cenere sul pavimento.

Ripiegata su sé stessa, Miriam studia lo schema delle mattonelle e la perfetta armonia con cui interseca la scacchiera di chiaroscuri che i lampioni hanno disegnato. C’è solo un elemento fuori posto. Miriam scansa il piede, più e più volte, ma non c’è nessuna posizione in cui la sua figura non entri in collisione con la simmetria generale. Si tira su, raccoglie da terra la sigaretta e se la riporta alla bocca. Solleva il mento e riprende a guardarsi, completamente nuda, riflessa sul vetro dell’ampio finestrone.

Nulla è successo. Non è successo nulla, rilassati. Miriam aspira ampie boccate di fumo, e le trattiene in apnea. Non ti devi preoccupare di che cosa fare adesso, qualsiasi cosa succeda non ti riguarda. Nonostante gli sforzi, le sfugge uno sbuffo dalle labbra roride. Esala il fumo usato, si svuota i polmoni. La tua storia non è una tua responsabilità, è stata scritta molti anni fa.

Quando ormai è quasi arrivata al filtro, si avvicina di più al proprio riflesso, ma la costellazione salta. Solo punti sparuti su un piano scoordinato, e di colpo il Sé non è che asintoto. Nel momento in cui una firma è stata apposta sul documento sbagliato. Sei stata scagionata dalla tua impotenza. Condannata da chi più di tutti amavi. Ti amava, lo sai? Puoi perdonare? Non è una tua responsabilità. Come non lo è stata allora.

Miriam spegne la sigaretta nel mezzo della sua costellazione. Apre la finestra ed esce sul balcone, completamente nuda.

Si avvicina alla ringhiera, cosicché la pioggia possa colpirla. Si strofina il viso, i capelli, le braccia, la schiena, le gambe, i piedi, le mani, il petto, i seni, la pancia, le cosce. A guardarla sembra farsi una doccia. Solo che la sua pelle è candida e fluorescente nel fulgore della luna. Si strofina ancora le mani. Miriam ha una calma febbrile e continua a strofinarsi quelle macchie che ora sembrano essere sparite. Si strofina fino a raschiarsi via qualche strato di pelle. La pioggia le si riversa sulle guance e pare quasi che pianga. Ma Miriam non piange. Vuole soltanto raschiare via quelle macchie livide.

Signora, è davvero spiacevole e imbarazzante per me arrivare a questo punto, ma data la delicatezza della questione mi sembra inevitabile. Come lei forse immagina, i prospetti al momento impongono decisioni drastiche. Non c’è speranza di una regressione. Se vorrà continuare come se nulla fosse, andremo incontro a un avanzamento sicuro della malattia. Siamo vicini al punto di non ritorno. Il primario ha predisposto una procedura che normalmente non prevediamo. Deve fornirci il suo consenso formale, prima di agire in qualsiasi modo. L’ospedale non può rischiare ripercussioni legali, è assolutamente necessario che un documento attesti che lei è perfettamente consapevole della sua condizione e delle implicazioni che comporteranno le sue scelte. In caso si orientasse verso la soluzione opposta, provvederò io stesso a stilare il documento per la procedura.

So che questi non sono affari miei, e oltretutto essendo uomo forse non posso neanche lontanamente immaginare che cosa si provi a vivere una situazione del genere. Di solito non trattiamo casi come questi, sono sincero, non so se mi crederebbe se le dicessi che sono disorientato almeno quanto lei. Probabilmente se qualche collega sapesse cosa sto per dirle, mi fermerebbe subito, ma sento di doverle parlare. Qui dentro ho visto tante vite iniziare. Ho visto anche tante vite finire. Lei forse potrebbe pensare che la mia professione mi abbia reso immune al dramma della morte. Non è così. Noi medici stringiamo, letteralmente sa?, fra le mani il sottile filo che separa la vita dalla morte. Lo vediamo assottigliarsi fin quasi a confondere i due stati. Lottiamo con tutte le nostre forze contro la morte, senza alzare gli occhi verso il cielo, dove Dio tace. Ma l’ordine del mondo è… regolato dalla morte. Capisce? Capisce quello che intendo? Come posso dire, è come se la vita stessa sia fondata sulla morte, è terribile a dirsi ma è la cosa più vera che ho imparato in tanti anni. A pensarci, è incredibile come gli esseri umani si oppongano a questo. L’immortalità forse esiste, sa, nella trasmissione del nostro DNA, nella conservazione della specie, nella memoria del passato e del sapere, nel banale passaggio di staffetta. Ma è davvero così necessaria, l’immortalità?

Che sto dicendo? Mi dispiace, sto divagando, i miei discorsi sui massimi sistemi non sono molto opportuni in questo momento. Sono anche andato parecchio fuori tema.

Ma comunque, quel che le voglio dire è… Ora non le parlo da medico. Le parlo da uomo. E da padre. Rifletta bene su quello che fa. Cosa crede sia meglio? Cosa vorrebbe lei?

 

 

Miriam rientra nella sua camera attraverso il finestrone, gocciolante. Bagna il pavimento di pioggia. Fiotti in piena sgorgano dalla sua pelle, fino a congiungersi con l’ampia macchia livida che si è espansa sulle mattonelle bianche. Miriam avanza a poco a poco, si china a gattoni e continua a dirigersi verso la livida libagione. Vi si fonde, lascia attorno manate rossastre e strascichi del suo passaggio. Giunge al corpo esangue di sua sorella. Gli occhi spenti rivoltati all’indietro la guardano e non la guardano. Miriam la studia in silenzio con attenzione. Le prende il viso tra le mani, le accarezza le guance smorte, la culla dondolandosi su sé stessa. Intona un motivetto quasi fosse una ninna nanna. Il suo corpo nudo si avvinghia al cadavere, lo tira su e lo stringe a sé, quasi a fargli assumere una posizione fetale. Sulla pelle immacolata di Miriam i raggi lunari incidono il bassorilievo del costato. Il vestito bianco attorno alla salma le infonde una santità allucinata. Una vittima sacrificale per uno scopo più alto.

E accanto Miriam, carne e nulla, uno spazio privo di costellazioni, una retta approssimata al proprio riflesso.

Le scosta i capelli impiastricciati e le sussurra all’orecchio la sua nenia mortificante. Ti amo, ti ho amato davvero, lo sai? Ma sai che dovevo. E adesso? Cosa succederà adesso? Ma che importa. Cos’altro avrei dovuto fare? Io ero viva, capisci? Io ero viva, ma lei ha scelto te, null’altro che un agglomerato di cellule dentro il suo grembo. Non volevo essere sorella, madre, guida, riferimento. Volevo solo essere una figlia. Capisci? Sono morta con lei quel giorno. Per colpa tua! O mia… Forse non ero abbastanza perché lei decidesse di salvarsi per me. Perdonami. Ti ho dovuto sacrificare. Forse troppo tardi, forse vanamente. Oggi con te muore tutto ciò che mi ha lasciato.

E del suo lascito non resta che sangue.

 

 

Federica Ruggiero

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