Linguaggio ed emozione, emersione da e sovversione dello standard

Affrontare il problema delle modalità attraverso le quali le emozioni affiorano ed emergono nel linguaggio significa principalmente ricercare in che cosa essenzialmente consistono le forme linguistiche emotivamente ‘’marcate’’ rispetto alle standard.

Il presupposto dunque è che possa esistere un linguaggio con e senza emozioni, una parola con e senza impulso emotivo; la tesi diametralmente opposta invece suonerebbe più o meno così: ‘ogni manifestazione linguistica sottende sempre un’emozione o più emozioni, di modo che linguaggio ed emotività siano sempre intrecciati tra loro’.

 

Il significato come classe di oggetti

Il segno linguistico, inteso in senso globale, ha una natura che diremmo biplanare, cioè composta da due livelli: significante e significato (Saussure, CLG). Il significante, per gli addetti ai lavori, è la componente materiale del segno linguistico, sia esso grafema o fonema; il significato è invece la classe di oggetti a cui ci si riferisce (Husserl, Ricerche Logiche), cioè la materia concettuale a cui rinvia quel semplice supporto materiale che è il significante. Tale modello presuppone che nel momento in cui il linguaggio cerca di denominare una emozione, agisce allo stesso modo che con gli oggetti del mondo extra-linguistico: ‘’dolore’’ è una parola etichetta che si attacca ad un determinato tipo di oggetto (l’emozione in questo caso) così come ‘pera’ è anch’esso lessema etichetta per il frutto in questione.

 

Le emozioni sono dentro di noi, largamente indipendenti dalla nostra volontà, riflessi condizionati dall’ambiente esterno necessarie per la sopravvivenza, risposte dunque cognitive primarie ad eventi e situazioni con l’obiettivo di instaurare quel fatidico equilibrio Io/Mondo tanto necessario alla sussistenza della specie.

 

Essendo dunque una primitiva reazione agli stimoli ambientali alla ricerca di un equilibrio mediante selezione della risposta migliore (corroborata dal rinforzo/behaviorismo), l’emozione è un fenomeno psico-fisico assolutamente svincolato dalla conoscenza di tipo teorico-concettuale; in altre parole non c’è bisogno di conoscere per poter provare emozioni, esse non dipendono da ciò che ‘sappiamo’ o conosciamo; tantomeno le emozioni possono essere descritte dagli strumenti messi a disposizione dal nostro linguaggio.

Si potrebbe pensare che le emozioni sono eventi innati e dunque pura e diretta espressione corporea (Il misticismo di fine ‘600 cercava di valicare i limiti del linguaggio verbale per poter giungere allo stadio mistico, in cui viene annullato il concetto di non-contraddizione; tutto è tutto; puri spasmi corporei).

Photo by Paweł Czerwiński on Unsplash

Considerazioni preliminari

Da queste prime e semplici riflessioni ne derivano i seguenti punti:

 

  1. Le emozioni non dipendono dalla conoscenza teorica in quanto fenomeno prevalentemente corporeo;
  2. In quanto fenomeno corporeo, l’emozione nasce ed è, almeno in origine, individuale, circoscritta in quel preciso corpo;
  3. Fenomeno passivo, esse ‘’accadono’’, come una malattia, ne siamo affetti, siamo costretti a subirle;
  4. Fenomeno innato, le emozioni non si imparano;

La conoscenza empatica delle emozioni altrui dunque non avviene per mezzo di dialogicità né attraverso lezioni teoriche frontali, ma tutto avviene in modo diretto e non mediato; le ultime scoperte in merito al concetto dei neuroni specchio si sono rivelate particolarmente produttive per la spiegazione del fenomeno in questione.

Il team di ricerca guidato da Giacomo Rizzolatti ha scoperto questi particolati tipi di neuroni, collocati in varie regioni della corteccia cerebrale, in grado di emulare virtualmente ciò che si sta osservando o percependo.

 

Più che semplici etichette: linguaggio come esperienza viva

Arrivati a questo punto, risulta logicamente consequenziale definire le emozioni come oggetti interni alla psiche umana (il termine ‘oggetto’ va inteso in senso filosofico, qualsiasi ente che entri in contatto con una coscienza). Dunque il linguaggio, quando parla e vive di emozioni, cerca di far rientrare anche tali oggetti nel gioco della denominazione.

Ma è importante notare che l’oggetto che il linguaggio vuole etichettare non coincide ontologicamente con il significato (Husserl, Jakobson, Peirce, Eco etc.); inoltre nella denominazione il linguaggio può incepparsi e cadere nell’errore:

 

‘’Vorrei delle mele! Cioè pere, mi scusi.’’

 

Nell’esempio il parlante ha sbagliato l’etichetta da utilizzare. È lecito pensare che anche per la denominazione delle emozioni avvengano di questi errori, anche perché un sistema tendenzialmente logico (linguaggio verbale) deve cercare di dar conto di eventi primitivi e largamente innati (emozioni). Come fa un bambino a compiere questa ardua azione di discriminazione lessicale e semantica? Come fa a distinguere il dolore da tutte le differenti sfumature emotive che un input esterno può far scaturire?

 

Ne consegue che la parola non può essere un inventario di etichette che si appiccicano a degli oggetti, ideali o mentali che siano; nell’esprimere la parola ‘’dolore’’, il linguaggio sta dicendo ‘’io sono addolorato, ho percepito dolore’’; la parola stessa diventa testimone dell’esperienza, diventa l’esperienza stessa e dunque compie un’azione, o meglio compie fattualmente la reazione emotiva. Affermare o scrivere ‘’Sono felice’’ diventa l’atto stesso della gioia, manifestazione esplicita dell’emozione e non semplice denominazione; il linguaggio è servito sin da sempre all’uomo per costruirsi cognitivamente ed intellettualmente (Wittgenstein, De Mauro, Pagliaro).

Il linguaggio diventa ufficialmente la manifestazione stessa degli eventi cognitivi che accadono all’interno di un essere umano.

 

Le costrizioni dello standard

Ma la storia del linguaggio verbale ha anche incontrato la scrittura che si presenta come la condensazione e cristallizzazione della materia fonetica, anche attraverso regole e grammaticalizzazione. L’imposizione di norme al linguaggio ha fatto in modo che divenisse ‘’oggettivato’’ e che quindi se ne potesse anche parlare (metalinguisticità); lo scotto da pagare è stato un irrigidimento dello stesso in un modello ideale ed astratto.

 

Tra le perdite dello scritto rispetto al parlato, si hanno ovviamente anche e soprattutto i tratti soprasegmentali; nello scritto sono assenti l’intonazione, la curva melodica, il ritmo, il volume etc. Solo raramente questi elementi si condensano anch’essi in forme grafiche (!,?,’’, etc.), per il resto lo scritto nasconde molto bene le inflessioni fonetiche e quindi anche indizi essenziali per la comprensione delle emozioni sottostanti. Ma ciò non vuol dire che esse non sussistano.

 

Se l’emozione è l’istinto cognitivo primitivo per antonomasia, allora essa continua a sussistere ovunque, semplicemente cambiano le modalità emersive dell’emotività. Una semplice frase del tipo:

 

‘’La porta! Stanno sfondando la porta!’’

 

È scritta in un italiano impeccabile, nessuno slabbramento grammaticale, le regole rigide sono rispettate, ma nonostante tutto la topicalizzazione rende giustizia al panico/paura provata dall’emittente; in questo caso è lo stravolgimento sintattico, con anticipazione del complemento oggetto, ad aver fatto graficamente emergere l’emozione.

Photo by Kobu Agency on Unsplash

Ex movere

Nel web, poi, la situazione è ancora più esplicita in quanto il linguaggio del Web si colloca sulla linea diamesica ad un’altezza che Berruto definisce ‘’Scritto/Parlato’’; un linguaggio che per sua natura tenta di emulare nello scritto le inflessioni soprasegmentali del parlato, tra cui anche quelle delle emozioni!

 

La conclusione è che per quanto le grammatiche e l’esigenza di normatività (tipica dell’uomo) costringano il linguaggio entro dei perimetri rigidi ed inamovibili, l’emozione continuerà a sussistere dentro ogni manifestazione verbale (la funzione emotiva è perennemente attiva, diremmo con Jakobson), e forse le emozioni potranno essere annoverate come uno dei fattori principale che comportano il mutamento linguistico.

 

Un altro accenno va fatto per i dialetti. Si sente spesso dire che i dialetti sono portatori di sentimenti ed emozioni più sincere; addirittura non è inusuale in Italia demarcare un concetto già espresso in standard anche attraverso il dialetto, per renderlo quasi più vivo. Tutto ciò, stando al nostro ragionamento, potrebbe dipendere fortemente dal fatto che il dialetto non ha mai subito, appunto, quella grammaticalizzazione che costringe spesso l’emozione a trovare vie alternative per la propria emersione.

 

 

articolo di

Claudio Oreste Menafra

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto