L’uomo… tra infinito e soprannaturale

Nel corso della sua esistenza, l’uomo e la sua mente sono stati oggetto di profondi studi e riflessioni.

Facendo un passo indietro nella storia, noteremo come l’uomo, durante il medioevo venga considerato creatura fragile ed effimera, continuamente afflitta dalle sventure del tempo. La sua vera patria era rappresentata dal cielo mentre, la sua esistenza terrena consisteva in un transito temporaneo, gestito dal Dio creatore, posto al centro dell’universo e unico capace di plasmarlo secondo la sua volontà e la sua provvidenza. Successivamente durante l’umanesimo, si affermò una concezione ottimistica dell’uomo che lo vide trionfare contro la superstizione passata, in un aspetto forte e vigoroso, capace tramite la sua energia e intelligenza di dominare il suo destino ed elevarsi al grado di Dio.

La domanda che sorge lecita è: che c’entri l’uomo e le visioni a suo riguardo con il romanzo del celebre scrittore americano Herman Melville, Moby Dick

Risiede proprio in queste riflessioni, la vera lettura, in chiave filosofica e teologica del romanzo, che attraverso una caccia disperata e ossessiva dell’uomo all’ignoto e al paranormale, vede opposti e paragonati Achab e Moby Dick, l’enorme balena bianca. Quello che caratterizza lo scritto di Melville, è la spiccata caratteristica di fornire al lettore un’analisi molto più profonda della mera conoscenza della trama, egli esprime difatti concetti di natura antropologica, dove il rapporto enigmatico tra uomo e ciò che è ignoto e divino viene messo in primo piano.

“Leggere Moby Dick significa in effetti confrontarsi con i grandi temi biblici: dalla imperscrutabilità dei piani di Dio, alla pervicacia del male che travolge l’umanità, al peccato d’orgoglio più grande che trafigge il cuore umano”. L’enigma dell’ignoto, dello sconosciuto, di tutto ciò che non si è in grado di controllare, è divenuto ben presto un’ossessione per l’uomo, che si propone come intenzione predominante, quella di rivelare l’indefinito e di riuscire a fronteggiarlo. E questo, è il caso di Moby Dick, dove la balena bianca “assume le connotazioni del simbolo mitico”, un’unione di tutti quegli elementi mistici che compongono l’universo dell’immaginario, tanto reali però, da porre l’uomo di fronte a quello che è uno dei temi che affliggono la sua intera esistenza: la lotta contro il male. Se da un lato troviamo l’inamovibilità di una creatura divina e mitologica, ai limiti del reale o dell’immaginario, dall’altro a rappresentare la condizione umana in tutta la sua fragilità, abbiamo un personaggio decisamente ben delineato: il capitano Achab.

Achab è un uomo staccato dal rogo, quando il fuoco ha divorato le sue membra percorrendole tutte senza consumarle

Egli è rappresentato da Melville come un individuo che porta con sè tutti i segni della vecchiaia di una vita vissuta per mare, all’insegna di quella che è la sua più grande ragione di vita: la caccia alle balene. In uno dei suoi tanti viaggi per mare, Achab , incontra l’elemento che diventerà l’artefice della sua eterna dannazione: Moby Dick. Questa rappresentazione della potenza della natura fatta animale, dopo uno terribile scontro, porterà via al capitano una parte della sua gamba, costringendolo a vivere per il resto dei suoi giorni, arrampicato ad una protesi costruita con una mascella di capodoglio.

Quello che l’orribile mostro marino, oltre alla mutilazione, instillerà nell’animo dell’uomo, sarà una profonda ed estenuante ossessiva ricerca di vendetta, che corroderà Achab nel suo profondo, portandolo alla follia, tanto da rendere il protagonista disposto a sfidare persino Dio e l’universo, pur di soddisfare la sua ossessione. “Come Mosè dopo l’incontro con Dio, il capitano è segnato dall’incontro con l’Abisso, da cui non può più tornare indietro. Tale incontro gli ha lasciato un marchio indelebile, segnato a fuoco nel corpo e nell’anima”.

La ricerca della balena bianca da parte di Achab rappresenta l’eterna tentazione dell’uomo

Ed è proprio questo paragonarsi agli dei, la volontà di scalare l’olimpo, a rendere il capitano del Pequod l’emblema dell’esasperazione e del narcisismo, creando così uno dei più celebri eroi tragici della storia della letteratura; egli “è […] un ribelle: un eroe luciferino in cui convergono tratti del Prometeo di Eschilo, del Satana di Milton, del Faust di Goethe, del Macbeth e del Lear di Shakespeare“. Come precedentemente accennato, la lotta tra Achab e Moby Dick assume varie interpretazioni di lettura, essa infatti può simboleggiare “la lotta dell’uomo contro la natura, il conflitto tra civiltà e superstizione, lo scontro metafisico tra bene e male, il confronto tra fato e libero arbitrio”.

Achab, intraprendendo la sua furibonda lotta contro questa creatura mitica forma un incredibile legame con il suo nemico; i due paradossalmente diventano quasi il medesimo essere vivente, un binomio imprescindibile; ciò che il marinaio fa o pensa, viene generato esclusivamente dal rapporto di odio che esso prova. Il protagonista, “come un eroe shakespeariano, sembra portare dentro di se il seme del suo tragico destino [….], è la stessa natura blasfema del suo compito a renderlo predestinato al fallimento”; ma questa sorta di predizione , ammonimento divino, sembra non distogliere minimamente Achab dal suo piano di morte e vendetta.

Il confronto ravvicinato con il male supremo

lo rende completamente cieco del mondo che lo circonda e del tenebroso fato di autodistruzione incombente su di lui; ma nonostante ciò “il monomaniaco capitano riesce a sostenere il suo ruolo di baleniere tragico sino alla catastrofe finale”, riuscendo a mantenere “dei bagliori di “poesia”: dei tratti profondamente, dolorosamente umani”. Egli viene ucciso dal suo stesso ego, dal suo narcisismo malato, dalla sua brama illimitata di vendetta: “A te vengo, balena che tutto distruggi ma non vinci: fino all’ultimo lotto con te; dal cuore dell’inferno ti trafiggo; in nome dell’odio, vomito a te l’ultimo mio respiro”.

Come afferma Barbara Spinelli nel suo libro “Moby Dick o l’ossessione del male”, la straripante smania di Achab, di conoscere e sfidare gli oscuri flagelli del mare, è riconducibile in maniera metaforica, alla cultura e all’idealismo americano, desideroso di affermare il proprio ego in qualsiasi circostanza. Una sorta di megalomania, estrema presunzione che, se esasperata, come nel caso del capitano di Nantucket, può portare ad un’inesorabile drammatica fine.

Avendo citato il mare, occorre chiarire come esso simboleggi un luogo di ansia e di minaccia per l’uomo

la dimora di ogni prodigio, di ogni essere all’uomo estraneo; “Nella simbologia biblica […] l’acqua racchiude una molteplicità di significati, essa coinvolge travolge, pulisce, purifica, rigenera. Prendere il mare allora, potrebbe voler significare anche compiere un viaggio di nascita a nuova vita”; esso però nelle sue profondità, può anche celare tutto ciò che l’uomo teme, le radici di ogni male, esso può nascondere Moby Dick.

Dopo un’accurata analisi del capitano Achab, occorre tracciare un profilo più approfondito di quello che simboleggia il terrore e l’incarnazione di ogni male universale: la balena bianca. Moby Dick, nel romanzo di Melville, rappresenta un concentrato di tutto l’odio e l’efferatezza presenti nel mondo, un essere immortale senza tempo, una sorta di castigo divino privo di controllo, dove il suo unico obiettivo, è quello di svelare le debolezze e le fragilità dell’uomo dannato.

Lo scrittore americano associa la figura della balena bianca a quella mitologica del Leviatano

Un essere che, “per le sue immense proporzioni e la sua spaventosa potenza”, rappresenta l’indistruttibile nemesi di Achab; difatti, se consideriamo la parola ebraica “livyatan”, essa significa proprio balena. Fa ribollire come pentola il gorgo, fa del mare come un vaso di unguenti. Nessuno sulla terra è pari a lui, fatto per non aver paura. Lo teme ogni essere più altero; egli è il re su tutte le bestie più superbe.” Essendo la balena, l’oggetto al limite del reale per cui l’uomo, ed in questo caso Achab, si spinge oltre ogni limite dell’immaginario, facendone diventare la ricerca motivo di perdizione e dannazione eterna, essa, assume caratteristiche ben precise, che scaraventano l’intera umanità in uno stato di profonda angoscia e inquietudine.

La balena, contrariamente agli altri suoi simili, si dipinge interamente di bianco, un bianco che, “pur essendo una tinta ben determinata, è considerato un non-colore in quanto esso rappresenta l’indecifrabile, l’ineffabile. In quanto metafora del mondo, dell’universo dell’essere stesso, la balena viene tinteggiata di colore bianco perché solo così si esprime l’inesprimibile, solo così resta salva l’ineffabilità dell’essere che resta distante dall’uomo, da quest’ultimo non coglibile, non decifrabile, non comprensibile”.

Solitamente, il bianco dona a chi lo possiede un’aurea di innocenza, di purezza, di ingenuità, ma nel romanzo, Melville, vuole con Moby Dick, ottenere l’esatto contrario, destabilizzando l’uomo nel profondo dell’anima: “La bianchezza della balena […] è forse che essa adombra con la sua profonda indefinitezza i vuoti e le immensità spietate dell’universo, e cosi ci pugnala alle spalle col pensiero del nulla?”.

Concludendo, possiamo affermare che il romanzo Moby Dick, riallacciandoci anche al paragrafo iniziale sulla considerazione dell’uomo nell’umanesimo, lo pone in una posizione spirituale estremamente elevata, rendendolo, per sua vanità ed egocentrismo, simile a un Dio, capace di sfidare chiunque e qualsiasi cosa. Questa concezione però va di pari passo con quella medievale dell’uomo, che a causa della sua debolezza e delle sue ossessioni, viene schiacciato da ciò che assume caratteristiche trascendentali, da ciò che esso non è in grado di gestire o dominare; quello che ne deriva è un connubio perfetto tra le due visioni antropologiche.

Melville dunque, agendo come uno psicologo, analizza nel profondo la mente umana

risultando essere “uno scandagliatore dell’anima, un cantore dei mali che affliggono l’uomo, dei peccati dell’uomo, delle limitatezze, delle ristrettezze della finitudine umana”. In quanto conoscitore della coscienza e della psiche antropica, egli cerca di fornire implicitamente a tutti i lettori di Moby Dick ,una morale, un piccolo insegnamento, che consiste nel fissare dei valori umani senza pretendere troppo da se stessi e senza inoltrarsi in campi all’uomo sconosciuti o generatori di calamità,…altrimenti, “ci troveremmo come il piccolo Pip […] abbandonati e soli in un mare sconfinato, con il nostro orizzonte che comincerebbe a estendersi intorno a noi disperatamente”.

Articolo di

Valerio Marcialis

 

Bibliografia

  • Mariani, G., (2013) Leggere Melville, Roma, Carocci, pp. 57-58;
  • Melville, H., (2004) Moby Dick, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli;
  • Zaninotto. L. (2012) Achab, ovvero la paranoia e la perdita 

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