“Principes” – una storia di Luigi di Landro – cap. V

Era la millesima volta

forse, che andava su e giù per quel cammino. Chissà, magari una nave nemica di quel Sicardo o di chi per lui, che pure in tempo di pace[1], da lui stesso voluto con quel suo patto, ogni tanto ci riprovava a rimetter mano su quei paesi.
Sì, avrebbe fatto proprio comodo. Non ci avrebbe più pensato. Un fuoco straniero, un piccolo lume soltanto, un tremore sul mare: anche la Luna avrebbe potuto contribuire a un falso allarme… Se solo non fosse stata Nuova.

Insomma, continuava ora su, ora giù, e a ogni passo un pensiero copriva l’altro

Un brutto segno ne nascondeva uno felice. Quella notte spettava anche a lui esser di guardia, ma sul Baluardo. E per questo provava sentimenti diversi, dallo scherno e all’affezione. Forse, perché avrebbe voluto che fosse dedicato al santo del suo nome… E che Santo! Quello, sì, era un buon Santo. Ma c’era qualcosa che a Pietro, il nostro soldato, non tornava e non accettava. «Baluardo di San Sebastiano[2]!» lo ripeteva borbottando sempre «Nun er’ mej “’e Santu Pietr?”», duro come la pietra, un muro difensivo forte come la roccia! E invece no, scelsero Sebastiano «Ma no, no…» parlottava «un Santo trafitto e spinato!». Sminuito. Eppure quel luogo era anche ben voluto: sotto la seconda torre a est della muraglia, la torre detta Iusola, la sua completa fedeltà strinse al suo paese amato. La grande Rheginna. E per lui, tanto orgoglioso, quanto soldato, quel ricordo era tutto. Insomma, il nostro milite, Pietro, camminava ora lentamente, ora velocemente, avanti e indietro sul quel cammino di ronda di quel muro difensivo di quel suo paese con quell’aria di chi volesse nascondere qualcosa. Ma a chi? Sempre pensieroso come abbiamo imparato a conoscerlo, Pietro restava per lo più solo e incontrava gli altri compagni piantonati al loro posto di guardia di tanto in tanto. E nessuno, assonnati com’erano, faceva caso a lui.

Io credo che avesse piuttosto l’aria di chi volesse nascondere qualcosa

proprio a sé stesso; Sì, questo famoso pensiero che lo affliggeva da un po’… Sempre quello insomma. Che poi, a rilegger bene la sua vita, ora che ne ho ricordo, non era neanche la prima volta che succedeva; e anche le altre volte il nostro Pietro di nervose camminate ne aveva fatte! Ma cosa lo rese così agitato? Io credo, anzi, scusate, so per certo, che quella volta era nervoso per un incontro avvenuto la mattina prima. Quello di cui vi volevo parlare. Aveva bisogno di una piccola riparatina alla sella, un’acconciata veloce ai lacci delle staffe, una rapida imbottitura qua e là alla seduta, un’efficiente smussata agli zoccoli di Aurelio, il suo cavallo, o, meglio, il suo mulo; una carezza alla criniera, una pulita alle redini che si erano sporcate di fango come solo lui poteva capir come avesse fatto… Eh sì, tante cosucce da dover fare al volo, per il piacere dello scudiero, Terzo, che sapeva benissimo come con un soldato non si potesse ragionare:
«E comm’ aggia fa, Ser Pietro, co’ mezz’or’?» cercava Terzo di persuaderlo in altre
giornate di fuoco, quando Pietro si impuntava di volere troppo in poco tempo.
«Ja, Terzo, ‘o ssaj, son due cosucce!» ripeteva sempre Pietro, con aria superficiale.
Fortuna volle, però, che Terzo quella mattina non fosse presente. E Pietro si trovò a dover cercare qualcuno:
«Mastu Terzo!» gridava… «Mastu Te’!». Fin quando non sbucò da sotto un bancone
una voce timida e poi un giovane che si alzava.
«Buongiorno, Ser Bonocore! Bonocore Pietro vero? Non mi sbaglio?»
«No, non vi sbagliate, Pietro Bonocore, a vostro servizio. Cercavo Mastro Terzo, un
rapido servizio… Rapido!».
“Rapido!”: credeva di non averla pronunciata quella parola la prima volta, quindi la ripeté di nuovo. “Rapido!”. Poi “servizio”: anche quella l’aveva già detta… E Pietro odiava ripetere le parole. “Ripetere la stessa parola più volte, è come dichiarare che non si sa che altro dire!” ripeteva Pietro tra sé e sé ogni tanto.
“No, tenev’ a ddicere…” e partì il suo sproloquio interiore su quello che avrebbe dovuto dire o sarebbe stato meglio avesse detto… Ma nel frattempo la risposta del suo   interlocutore non si fece attendere e si confuse con i pensieri del nostro impavido amico. Ve la riporto io, altrimenti ci confondiamo troppo con quelle immense chiacchierate di Pietro… «Mastro Giovanni, per servirla. Mio zio Terzo è a Markinna[3] per scambiare del ferro migliore con certi pezzi… Sono io a sostituirlo, ditemi cosa bisognate». Pietro comprese il più, annuì, si voltò, ringraziò, si rivoltò di nuovo e si congedò.

«Non preoccupatevi, passo domani»

Si mise in groppa al ciuccio e salutò con la mano Giovanni. «​Grazie ancora!»​. Da lì in poi i suoi pensieri si ghiacciarono. E ogni tanto luccicavano nella sua testa scura
quegli occhi azzurri (o verdi?) e quell’aspetto un po’ nordico. Non era un saraceno, non
sembrava neanche uno come Pietro: Giovanni di quel paese aveva forse solo lo zio…E
adesso si faceva avanti la sua voce, o brandelli di ricordo di quella, che pure, per la sua calata, lo mettevano fra quegli abitanti. E poi di nuovo quegli occhi. E poi di nuovo i capelli. La barba… Io qui rido, povero Pietro! Quanto avrà avuto da fare per nascondere tutto! Ecco perché vi dico. Iniziò il suo turno turbato, cominciò a camminare da lento a veloce, poi lento. Fino a quando non arrivò di nuovo alla fine del cammino di ronda, sotto al monte… Insomma. Avete capito chi ha seguito Pietro in quella sua passeggiata veloce? Esatto!

[1] Il Pactum Sicardi dell’836 prevedeva una tregue e la libera circolazione di merci con le città della costiera. Ma lo stesso patto non veniva rispettato.

[2] Eretto nell’836 d.C. con annessa Rocca dopo le scorrerie di Sicardo, oggi il Baluardo è quasi completamente distrutto, tranne che per i resti di parte della muratura e delle torri di avvistamento.

[3] Antico nome etrusco di Vietri sul Mare

 

 

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